TRA ALBERI E POETI AL CANTO DEGLI ARANCI

I fiorentini erano rimasti stupiti quando, più o meno a metà del 1400, avevano visto spuntare alberi di arancio nel pieno centro della città. L’idea era stata della famiglia Iacopi de’ Veneri, detta anche Iacopi di Santa Croce, che avevano acquistato un palazzo in Via del Fosso  (il nome che aveva allora l’ultimo tratto di Via Verdi), all’angolo con Via Ghibellina. Il luogo era noto come Canto dei Leoni, grazie all’usanza di nominare gli incroci, cioè i canti: in questo caso, il nome derivava da un’antica leggenda di un fiorentino salvato dai leoni, o forse dalla famiglia Lioni, che aveva posseduto il palazzo comprato dagli Iacopi. La fantasia popolare gli cambiò subito nome, quando i nuovi proprietari crearono un giardino interno e, con una scelta del tutto insolita, vi piantarono degli alberi da frutto.

Sotto le arance, a rispondere per le rime

Divenne così il Canto degli Aranci, luogo suggestivo sia per chi vi passava e vedeva le arance crescere a pochi passi da Santa Croce, sia per gli artisti, che evidentemente vi  trovavano ispirazione. I poeti, soprattutto, si ritrovavano nelle sere d’estate al Canto degli Aranci, dove si affrontavano in gare di versi improvvisati sui più vari argomenti. Ogni poeta doveva iniziare da dove l’avversario aveva concluso, riprendendo la stessa rima: da qui ebbe origine l’espressione “rispondere per le rime”.

La tradizione degli improvvisatori si perse lentamente nei secoli successivi, ma la poesia doveva essere nel destino di Canto degli Aranci, che nella prima metà del 1800 divenne noto per il salotto letterario di Fanny Targioni Tozzetti. La nobildonna collezionava autografi di personaggi celebri e apriva spesso la sua casa ad artisti e letterati. Vi accolse anche uno dei più noti poeti italiani, Giacomo Leopardi, che era tornato a Firenze nel 1830 e, presentato da un amico comune, aveva cominciato a frequentare il salotto di Fanny. Leopardi  rimase affascinato dalla nobildonna, che era colta, bella e disinvolta, e cercò di conquistarla facendole avere scritti autografi di famosi scrittori; Fanny, però, non ricambiò mai il suo interesse e anzi gli preferì l’amico Antonio Ranieri. Leopardi espresse la sua passione segreta e non corrisposta nella poesia Aspasia (pseudonimo con cui si riferiva a Fanny), in cui descrive l’amore come della più grande illusione dell’uomo.   

Il giardino scomparso

Il palazzo con il giardino di arance sopravvisse ancora poco più di un secolo. Nel 1835 i proprietari, la famiglia Della Ripa, l’avevano restaurato e ingrandito con l’intervento del l’architetto Niccolò Matas, che pochi anni dopo avrebbe realizzato la facciata della Basilica di Santa Croce. Ma nel 1960 tutto scomparve per fare posto a un edificio moderno, lo stesso che tuttora mostra sull’angolo la targa in marmo “Canto degli Aranci”.

Il giardino non c’è più, ma Canto degli Aranci racconta ancora di un luogo immaginifico, teatro di poesie ispirate e di amori segreti.

Il luogo: Canto degli Aranci, Via Verdi angolo Via Ghibellina

Il nostro Canto degli Aranci è proprio lì, di fronte all’antico giardino. Anche le nostre camere raccontano le storie dei luoghi di Santa Croce: Battipalla, Borgo Allegri, Canto alla Briga, Casa Del Diluvio, Via delle Pinzochere, Torcicoda. Leggi i racconti e, se vuoi, guarda le camere e prenota!

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